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Paragrafo 4 . Circolazione monetaria e credito.

     
Il  crescente sviluppo agricolo, commerciale e produttivo verificatosi
nel  secolo tredicesimo, che aveva coinvolto campagne e citt, non era
sostenuto da un valido sistema monetario.
     Vigeva  infatti  ancora quello istituito da Carlo  Magno  (basato
sul "denaro" d'argento) che, ormai caratterizzato dalla coniazione  di
monete  sempre pi leggere e di cattiva lega, era inadeguato  rispetto
alle  nuove  esigenze economiche: i mercanti europei,  per  acquistare
grosse  partite  di  merci, erano costretti a  servirsi  ancora  delle
monete  d'oro  arabe e bizantine, nonostante il primato del  commercio
occidentale.
     Dalla  fine  del secolo dodicesimo si cominci quindi  a  coniare
una  moneta, sempre d'argento ma di maggior valore, il "grosso", usata
soprattutto nelle contrattazioni commerciali in occasione delle fiere.
     L'uso  di moneta corrente si era per reso necessario anche nella
pratica quotidiana: serviva moneta per il pagamento dei canoni  dovuti
dai  contadini  ai  loro signori, e per le piccole  transazioni  nelle
citt  e nei mercati locali, perch la pratica del baratto era  andata
notevolmente riducendosi.
     L'aumento  della  circolazione monetaria fu reso possibile  dalla
intensificazione  dell'estrazione  mineraria  dell'argento   e   dallo
sfruttamento di nuovi importanti filoni individuati in Germania.
     Nella  seconda  met  del secolo alcune fra le  principali  citt
mercantili d'Europa - Genova, Firenze e Venezia - decisero l'emissione
di  proprie  monete  d'oro, come il "genovino"  (1252),  il  "fiorino"
(1252)  e  il  "ducato" (1284). Prima di loro era stata  la  zecca  di
Federico  secondo  ad  emettere una moneta d'oro,  l'"augustale",  che
tuttavia  aveva  rappresentato  pi una manifestazione  del  prestigio
politico   del   sovrano  che  la  risposta  ad  una  reale   esigenza
commerciale.
     Il  fiorino  e  il ducato, grazie al loro alto valore  intrinseco
dato  dall'elevata  purezza, e al peso economico delle  citt  che  li
avevano  coniati, si affermarono progressivamente in  tutta  l'Europa,
sostituendo il "dinar" arabo e il "bisante" di Costantinopoli.
     Alla  moneta  d'oro  e  d'argento cominci ad  affiancarsi,  come
mezzo di transazione economica, la "lettera di cambio": chi la firmava
si  impegnava a pagare una certa somma ad una scadenza di tempo  e  in
luogo  determinati.  Venivano cos effettuati i  pagamenti  su  piazze
diverse  da  quelle nelle quali avvenivano le operazioni  commerciali,
evitando i rischi connessi con il trasporto del denaro.
     Il  ricorso  a  tale  sistema  di pagamento  port  all'apertura,
presso  molti  mercanti-banchieri, di veri e propri  depositi,  simili
agli  attuali conti correnti, che usufruivano di interessi,  ed  erano
restituibili  presso  altre filiali della stessa compagnia  che  aveva
accettato quel deposito.
     Queste    operazioni   creditizie,   bench   spesso    abilmente
mascherate,   erano  tutte  riconducibili  alla  pratica   dell'usura,
rigorosamente proibita dalla Chiesa, che invece approvava  gli  scambi
commerciali ed ammetteva il diritto al guadagno, purch onesto.
     
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     La  stessa  Chiesa, tuttavia, si serviva ampiamente  dei  servizi
degli  uomini d'affari italiani, che riscuotevano a suo nome  censi  e
canoni  in  tutto  il  mondo cristiano, e non  poteva  applicare  alla
lettera  le sanzioni contro le loro pratiche usurarie, a meno che  non
fossero troppo manifeste.
     Cos,  a  partire dal secolo tredicesimo, in una  societ  sempre
pi  caratterizzata  da  una  economia  monetaria,  si  accesero  ampi
dibattiti  fra  studiosi  del  diritto e religiosi  sulla  correttezza
morale delle operazioni sui prestiti di denaro.
     Il  timore  del  peccato d'usura e del castigo  divino  turb  le
coscienze  dei  mercanti  medievali, che spesso  lasciavano  nei  loro
testamenti  somme  da  convertire in opere  di  carit  a  sconto  dei
peccati,  e  talvolta accantonavano nei loro registri aziendali  certe
voci finanziarie dedicate espressamente a "messer Domeneddio".
